Ieri pomeriggio, girovagando per la rete senza meta in cerca di ispirazione per il mio nuovo pezzo, mi sono imbattuta in un post, pubblicato su Facebook, dal titolo: “L’ottimismo? Un errore del cervello”. L’articolo, uscito su Wired nell’ottobre 2011, racconta di uno studio pubblicato su Nature Neuroscience che definisce gli eterni ottimisti, ovvero quelle persone che vedono sempre il bicchiere mezzo pieno, come gente che si rifiuta di elaborare le informazioni negative, falsando l’immagine della realtà; che si stressa meno, ma è anche meno capace di prevedere i rischi.
Certo che riproporre un pezzo del genere in un periodo delicato come quello che stiamo attraversando oggi è un attacco alla salute mentale degli inguaribili ottimisti. Per quanto mi riguarda, oggi come oggi, il solo fatto di avere davanti a sè un bicchiere con dentro qualcosa da bere è già un bel traguardo. Lo ammetto, l’ottimismo non è il mio forte (scometto di essere in buona compagnia); quello che è difficile in questo momento è ricevere la spinta ottimista dalla società per pensare in modo positivo. Convenite con me che è quasi impossibile vedere il bicchiere mezzo pieno ascoltando un telegiornale (a parte Studio Aperto, ma quello non è un telegiornale, è la succursale di Verissimo), e l’ottimismo che scaturisce dall’interno, da noi stessi, richiede un percorso da compiere che per me, a 29 anni, si prospetta ancora lungo.

Secondo me, più che tra ottimisti e pessimisti, il mondo può essere suddiviso in due macrocategorie: da una parte ci sono le persone iper-razionali che vivono seguendo il motto: “aspettati il peggio e spera per il meglio” (è meglio cadere in piedi che dalle nuvole), dall’altra fanno invece capolino, forse scaramanticamente, gli eterni ottimisti che dicono: “se pensi positivo poi tutto andrà bene” (una sorta di antidoto alla sfortuna, che ci vede benissimo, a differenza della cugina fortuna che notoriamente è cieca). In media stat virtus dicevano gli antichi romani. E allora vedi che avevo ragione io. Avere un bicchiere con dentro metà di qualcosa da bere è già un bel traguardo!
Scherzi a parte l’articolo continua spiegando che il cervello delle persone ottimiste ignora sistematicamente le brutte notizie, mentre è bravissimo a recepire, processare e tenere a mente le informazioni positive. Semplicemente, si tappa i neuroni quando viene messo di fronte a situazioni che non gli piacciono (chissà perchè ho in mente l’immagine di un uomo che si copre le orecchie con le mani e urla “non sento, non sento, non sento”), e compila la sua lista personale di bei ricordi, costruendosi un’immagine rosea (ma falsata) della realtà che lo circonda. Beati gli ottimisti, verebbe da dire, che vivono più felici grazie ad un cervello ‘stupido’ che rifiuta per loro tutto ciò che di brutto avviene nel mondo? Mica tanto: se da una parte l’ottimismo fa bene, perché aiuta a tenere a bada i livelli di stress, quando diventa patologico può nuocere alla salute, impedendo alle persone di prendere le necessarie precauzioni contro qualsiasi rischio.
Sarà vero? Mi rimetto al compianto Tonino Guerra che in un famoso spot di un’altrettanto famosa catena di elettrodomestici recitava “Gianni, l’ottimismo è il profumo della vita!”. Chissà se alla fine Gianni ha ascoltato il consiglio di Tonino. La vita ha un profumo diverso quando il bicchiere è mezzo pieno?



















