“L’ottimismo è il profumo della vita!”

Ieri pomeriggio, girovagando per la rete senza meta in cerca di ispirazione per il mio nuovo pezzo, mi sono imbattuta in un post, pubblicato su Facebook, dal titolo: “L’ottimismo? Un errore del cervello”. L’articolo, uscito su Wired nell’ottobre 2011, racconta di uno studio pubblicato su Nature Neuroscience che definisce gli eterni ottimisti, ovvero quelle persone che vedono sempre il bicchiere mezzo pieno, come gente che si rifiuta di elaborare le informazioni negative, falsando l’immagine della realtà; che si stressa meno, ma è anche meno capace di prevedere i rischi.

Certo che riproporre un pezzo del genere in un periodo delicato come quello che stiamo attraversando oggi è un attacco alla salute mentale degli inguaribili ottimisti. Per quanto mi riguarda, oggi come oggi, il solo fatto di avere davanti a sè un bicchiere con dentro qualcosa da bere è già un bel traguardo. Lo ammetto, l’ottimismo non è il mio forte (scometto di essere in buona compagnia); quello che è difficile in questo momento è ricevere la spinta ottimista dalla società per pensare in modo positivo. Convenite con me che è quasi impossibile vedere il bicchiere mezzo pieno ascoltando un telegiornale (a parte Studio Aperto, ma quello non è un telegiornale, è la succursale di Verissimo), e l’ottimismo che scaturisce dall’interno, da noi stessi, richiede un percorso da compiere che per me, a 29 anni, si prospetta ancora lungo.

Secondo me, più che tra ottimisti e pessimisti, il mondo può essere suddiviso in due macrocategorie: da una parte ci sono le persone iper-razionali che vivono seguendo il motto: “aspettati il peggio e spera per il meglio” (è meglio cadere in piedi che dalle nuvole), dall’altra fanno invece capolino, forse scaramanticamente, gli eterni ottimisti che dicono: “se pensi positivo poi tutto andrà bene” (una sorta di antidoto alla sfortuna, che ci vede benissimo, a differenza della cugina fortuna che notoriamente è cieca). In media stat virtus dicevano gli antichi romani. E allora vedi che avevo ragione io. Avere un bicchiere con dentro metà di qualcosa da bere è già un bel traguardo!

Scherzi a parte l’articolo continua spiegando che il cervello delle persone ottimiste ignora sistematicamente le brutte notizie, mentre è bravissimo a recepire, processare e tenere a mente le informazioni positive. Semplicemente, si tappa i neuroni quando viene messo di fronte a situazioni che non gli piacciono (chissà perchè ho in mente l’immagine di un uomo che si copre le orecchie con le mani e urla “non sento, non sento, non sento”), e compila la sua lista personale di bei ricordi, costruendosi un’immagine rosea (ma falsata) della realtà che lo circonda. Beati gli ottimisti, verebbe da dire, che vivono più felici grazie ad un cervello ‘stupido’ che rifiuta per loro tutto ciò che di brutto avviene nel mondo? Mica tanto: se da una parte l’ottimismo fa bene, perché aiuta a tenere a bada i livelli di stress, quando diventa patologico può nuocere alla salute, impedendo alle persone di prendere le necessarie precauzioni contro qualsiasi rischio.

Sarà vero? Mi rimetto al compianto Tonino Guerra che in un famoso spot di un’altrettanto famosa catena di elettrodomestici recitava “Gianni, l’ottimismo è il profumo della vita!”. Chissà se alla fine Gianni ha ascoltato il consiglio di Tonino. La vita ha un profumo diverso quando il bicchiere è mezzo pieno?

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3, il numero perfetto!

Coppa Italia 2011/2012

Coppa Cev 2011/2012

Scudetto pallavolo femminile 2011/2012

Un urlo di gioia e di liberazione quello che le ragazze hanno lanciato, ieri sera al PalaYamamay, quando una spettacolare Havlickova ha schiacciato la palla decisiva che sul 15-14 del 5° set ha decretato la vittoria del primo scudetto per la Yamamay Busto Arsizio conquistando, meritatamente, un posto nell’albo d’oro delle Campionesse d’Italia. Si è conclusa così una stagione al limite della perfezione. Non potevamo chiedere di più alle nostre guerriere che passo dopo passo, con tanto lavoro di squadra e lungimiranza, hanno saputo conquistare una tripletta di coppe che rimarranno per sempre impresse nella memoria e nei cuori degli oltre 5000 mila tifosi che ieri sera, con le loro voci, hanno fatto tremare il palazzetto di viale Garbardi. E tra quei 5000 tifosi c’eravamo anche noi, gli Ubriachi di Yama, c’ero anche io.

 

                                                       Noi, Ubriachi di Yama!

Un’emozione indescrivibile per noi che dagli spalti abbiamo seguito la partita più importante e infinita della storia, una tensione snervante che ci ha accompagnato fino alla fine. “Non possiamo mollare proprio adesso, non possiamo perdere dopo un campionato sempre in vetta”, le parole e i pensieri di tutti.

Primo set: vittoria schiacciante, MC Carnaghi Villa Cortese fermata 25-14; il palazzetto è in delirio, le ragazze si caricano, sono pronte a prendere il volo. Secondo set: infinito. Sembra non terminare mai; 5 palle set si rincorrono quando il tabellone si ferma sul 28-30 per la squadra avversaria; avevamo la vittoria tra le mani ma si ricomincia. Ogni punto è a sé, ogni palla può fare la differenza. Terzo set: la Yamamay non molla mai e il set viene stravinto dalle farfalle. La stanchezza in campo è evidente anche da qui, noi cantiamo, ci crediamo anche quando il quarto set finisce 23-25 con la vittoria di Villa Cortese. Il tie-break, l’incubo sembra diventare realtà, la tensione in campo si fa sempre più palpabile per entrambe le squadre che si stanno giocando entrambe il primo tricolore della loro storia. La voglia di vincere è la benzina che da la forza alle schiacciatrici di alzarsi in volo e annientare la squadra avversaria. Il set decisivo inizia con una Busto all’attacco, ma la risposta di Villa Cortese non tarda ad arrivare; 7-7, si cambia campo. Un punto noi, un punto loro, così fino al 14-14. Non ho più unghie da rosicchiare, tremo, non voglio guardare; o forse sì. Devo ammettere, per un attimo ho perso la speranza, non ci ho creduto fino in fondo (mannaggia a me!), ma le ragazze sì; loro sì che ci credono, sanno chi sono e quanto valgono. Ora la tattica, gli schemi, gli insegnamenti e le ore di allenamento non contano più, vince chi ha i nervi più saldi e la maggiore capacità di concentrazione. Match-point sprecato da Villa Cortese. Tutti in piedi, i cori si interrompono, l’aria si fa incandescente. Le nostre facce esprimono la voglia di facela più di mille parole. La difesa biancorossa tiene due volte. “Dobbiamo farcela” il mio mantra quando arriva Havlickova…il resto è storia.

E adesso ragazze…godiamoci la festa!!!

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Bentornato 11 novembre!

Bentornato 11 novembre! E’ la prima cosa che ho detto questa mattina quando alle 8:30 sono uscita di casa. La seconda è stata una bella imprecazione verso quell’automobilista gentile e premuroso che centrando una pozzanghera a 100 all’ora mi ha completamente lavata. Grazie ma la doccia l’ho fatta ieri sera a casa mia! Un’altro grazie va al clima che due settimane fa mi ha illusa con sole e temperature fuori stagione che la primavera fosse finalmente arrivata ed io, come una pivella, a lavare tutti i maglioni, le coperte e i piumini. Risultato: tempo sprecato. Oggi sono vestita esattamente come a dicembre; maglia a maniche lunghe, maglione di lana collo alto, jeans e stivali…e come dimeniticare l’immancabile piumino compagno di gelide avventure? Bentornato 11 novembre! Ora te ne puoi anche andare; l’unica cosa positiva di questo tempo da lupi è che, almeno a me, dà l’ispirazione giusta per scrivere. Mi ero ripromessa di non farlo più ed eccomi di nuovo qui, pivella come nel cambio dell’armadio anticipato, a scrivere in questo inevitabile blog a senso unico nella speranza che la mia voce smuova qualche coscienza (presuntuosa vero?). Per chi si fosse perso qualche puntata, sono tre mesi che, dopo 2 anni di vita da redazione, sono disoccupata o meglio semi-disoccupata, ho qualche collaborazione free-lance e da poco sono Cultore della materia in Università. Tutte belle esperinze ma che non mi aiutano ad arrivare a fine mese. Dopo una serie di cv inviati a vuoto e colloqui al limite dell’assurdo, grazie al mio curriculum creativo (ribadisco CREATIVO, non FALSO) sono riuscita a farmi assumere come commessa in un negozio di abbigliamento femminile nel centro storico del mio paese. Bella conquista direte voi, ebbene sì; dopo 3 lunghi mesi e una serie di competenze in meno nel cv sono stata assunta a tempo determinato con annessi e connessi (tredicesima, quattordicesima, ferie, malattia, liquidazione e straordinari) per 3 giorni a settimana, ma la cosa più sbalorditiva è che guadagno solo 200 euro in meno del mio ultimo stipendio da giornalista (è vero non ancora professionista, ma pur sempre presente nel colophon) dove, nonostate l’assunzione con contratto a progetto, l’impegno richiesto era di 5 giorni la settimana 8 ore al giorno. Dimenticavo che è anche la prima volta che, dopo 5 anni, riesco ad ottenere un contratto che va oltre il binomio stage-collaborazione a progetto. Ancora una volta mi sento di scrivere e denunciare quanto mi accade in questo assurdo mondo del lavoro perchè nel mio cuore nutro ancora la speranza che tutto questo un giorno possa cambiare. Ingenua. Questa ‘denuncia’ non è contro lo stimabile lavoro, e di conseguenza lo stipendio, della commessa di provincia ma l’assurdo svilimento del lavoro intellettuale di ragazzi e ragazze, dei sacrifici fatti per studiare e laurearsi in tempo magari a pieni voti. Ma cosa importa veramente? A cosa serve tutto questo se alla fine quello che ci rimane in mano non è che un ‘pugno di mosche’? Non è solo una questione di soldi, ma putroppo questi sono l’unica moneta con la quale viene pesato il nostro lavoro, manuale o intellettuale che sia. Perchè come giornalista valgo 850 euro al mese e come commessa part-time 650? I conti non tornano.

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A lezione di tacchi

Ho combattuto molto sul fatto di tornare a scrivere o meno su questo spazio, ma eccomi ancora qui dopo 20 giorni di assenza per darmi un’altra possibilità. Il fatto di non avere un riscontro effettivo sul numero di lettrici, al di là dei commenti che sono stati quasi inesistenti in questi primi 3 mesi di attività, mi ha fatto dubitare sull’utilità di questa opportunità che Condè Nast ha magnanimamente ci ha concesso di ‘far parte’ (seppur da lontano) di quel mondo magico sognato da tutte, almeno una volta, ma che rimane ancora un privilegio per pochi eletti. Ma la colpa non è sempe e solo del sistema, devo riconoscere che quello che scrivevo non era certo d’interesse pubblico e di appeal quanto l’ultimo modello di Christian Laburtin (in fondo a chi interessano le disavventure di una ragazza disoccupata aspirante giornalista); ma non voglio perdermi d’animo e ricomincio, inaugurando questo primo giorno di primavera, con quelcosa più in linea con il piano editoriale del sito e di sicuro interesse per le lettrici affamate di moda e di ultime tendenze.

Solito pomeriggio di provincia. Annoiata girovagavo per la libreria alla ricerca di ‘non so bene cosa’ quando trovai un curioso libretto (dico libretto perchè è composto da 105 pagine tra parole scritte in carattere per ciechi e immagini stile fumetto) dalla copertina color pastello e un titolo che ha catturato subito la mia attenzione: A lezione di tacchi di Roberta Rossi. Sicuramente qualcuna di voi ne ha già sentito parlare, per me si trattava sicuramente di una piacevole rivelazione. Proprio a me, che di tacchi ne colloziono a decine (quasi centinaia) ma indosso solo ballerine e All Stars, si è rivelato un “manuale per scegliere le scarpe più adatte a ogni occasione, per imparare indossarle, amarle e curarle”. Qui qualcuno ha ascoltato le preghiere del mio fidanzato che mi vorrebbe sempre con un tacco 12, ma si deve accontentare di guardarmi rasoterra. Sarà forse un segno del destino? L’ho comprato e letto in una sera. Interessante, non dice niente di più di quello che già sapevo su forme, fattura, materiale e i vari nomi che i modelli hanno acquisito nel tempo passando tra le sapienti mani di abili stilisti. Con la teoria tutto ok, è la pratica che mi manca. Forse è il caso che mi faccia guidare anche io come Agnese, la protagonista della storia, da Flore, un magnifico paio di decolleté rosso scarlatto con un sinuoso tacco viola pervinca, alla scoperta dell’arma di seduzione più potente del mondo, la chiave che apre tutte (o quasi) le porte. Perchè a una donna elegante ‘in bilico’ su uno stiletto nessuno può dire di no!

Leggere per credere…

Una guida di stile e benessere scritta da una grande esperta di moda e di scarpe femminili. Per una donna, la scelta delle scarpe è fondamentale, e indossare quelle giuste al mattino significa dare un’opportunità favolosa all’intera giornata. Si possono sbagliare tante cose nella vita, ma non le scarpe perche le scarpe dicono di noi più di quanto immaginiamo. Una voce brillante e unica accompagna le lettrici nel mondo fantastico e affascinante dell’accessorio più femminile e seducente che esista, e racconta la storia delle scarpe mito e i segreti dei grandi – da Yves Saint Laurent a Salvatore Ferragamo fino a Christian Laburtin – che sopravvivono a mode e tendenze perchè sono l’essenza stessa dell’eleganza…

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Un ricordo che torna ogni 4 anni

Era il 29 febbraio del 1960 quando nacquero mia madre e mia zia (ribattezzate negli anni successivi ‘le gemelle Kessler’) senza dare nessun preavviso che fossero ‘sbarcate in due’. 48 anni dopo, il 29 febbraio 2008, mia nonna se ne andò, anche lei senza dare nessun preavviso e proprio il giorno del compleanno delle sue figlie. Com’è strana la vita; un giorno, che tra l’altro arriva solo ogni 4 anni, ti porta sulla luna e lo stesso giorno, molti e molti anni più tardi, ti trascina giù negli abissi del mare più nero. Quante probabilità ci sono che nello stesso giorno, che per giunta torna solo ogni 4 anni (ripeto), succedano due eventi così importanti, sconvolgenti ed emozionanti  (nel bene o nel male)? C’è chi le chiama solo coincidenze, io lo chiamo destino. Ma è un destino che non doveva andare così. Mentre della morte della bis nonna e di mio nonno me ne sono fatta una ragione, per la prima si è trattato del naturale corso della vita mentre per il secondo ho visto la malattia portarselo via così lentamente da pregare il Signore perché ponesse fine alle sue e nostre pene, con lei proprio non ci riesco. Era venerdì sera, il 29 febbraio di 4 anni fa, mia nonna fece giusto in tempo a sollevare il telefono per chiamarci quando il suo cuore decise che era troppo stanco per continuare a sostenere la malattia del marito e così si spense. Successe tutto così velocemente. Da un momento all’altro se ne andò così, senza dire nulla, senza dare uno straccio di preavviso, senza darmi il tempo di salutarla e di raccontarle di me per l’ultima volta. E’ questo che mi manca di più in questo momento, non poterle raccontare cosa sto facendo, cosa ho fatto in questi ultimi 4 anni. Non ho fatto in tempo a farle vedere che scrivo e lo faccio sul serio, lei che ha sempre sognato facessi la giornalista come “quelle della televisione”; non ho fatto in tempo a farle vedere che ho trovato un compagno e mi sono comprata una casa, lei che era da quando avevo 12 anni che mi comprava lenzuola, asciugapiatti e pentole. Avrei voluto dirle tutte queste cose e condividerle con lei perché sapevo che la rendevo felice e non poterlo fare adesso mi mette rabbia. Ebbene sì, non sono triste (forse non lo sono mai stata e lo dimostra il fatto che non sono ancora riuscita a piangere per lei da quel lontano ma nello stesso tempo vicino venerdì 29 febbraio), ma sono arrabbiata, tanto arrabbiata con lei che se n’é andata quando ancora non avevo finito di parlare.

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‘Dona 1 euro e sostieni anche tu una modella’ ovvero, resoconto di una prima sfilata

Questa mattina ha partecipato alla mia prima sfilata di moda (da spettatore naturalmente!). Oggi 28 febbraio si chiude ufficialmente la settimana della moda donna di Milano, o almeno così mi è sembrato si sentire dalle fashion blogger da cui ero circondata. No, non sono diventata anche io improvvisamente un’esperta di moda tanto da essere invitata alle sfilate come ospite (anche se ci sto facendo un pensierino, sia mai che questo possa rivelarsi l’inizio di un nuovo corso anche per una imbranata e poco stilosa blogger come me) ma indirettamente e per conto di Brandforum.it, il sito per cui collaboro, ho partecipato alla conferenza stampa ‘DHL & Fashion: the backstage’; il famoso corriere che si occupa di trasporto di merci e che per il 5° anno consecutivo è partner logistico di Camera Nazionale della Moda. L’evento è iniziato in una location differente dal luogo della sfilata con la presentazione di tre capi realizzati da una giovane designer, Alessia Crea, rappresentativi del mondo DHL, o meglio, del packaging DHL. I colori utilizzati, il giallo e il rosso, sono quelli identificativi del corriere che ritroviamo anche nel logo, gli abiti dai tessuti leggeri sembravano quasi ‘ovattati’, come imbottiti di gommapiuma per ricordare gli imballaggi con cui DHL trasporta gli oggetti fragili nel mondo; e ancora tulle e organza. Tema di questa quinta sponsorizzazione è il backstage; ovvero quello che avviene dietro le quinte di una filata che per i più (me compresa) è paragonabile al paese delle meraviglie di Alice: sconosciuto, idealizzato e…tutto da scoprire prima o poi! E io oggi l’ho scoperto, seguendo il coniglio bianco (anzi giallo essendo ospite DHL) sono entrata nel backstage delle sfilate N-U-De New Upcoming Designer e Next Generation, organizzate al Castello Sforzesco e dove hanno sfilato le collezioni p/e 2012 di giovani stilisti emergenti. Giudizio da profana: abiti carini, ma più che altro mettibili (che secondo me è la cosa più importante); un 8 alla rigorosa eleganza del giovane nipponico Haronobu Murata, il mio preferito (ma cosa ci posso fare, ho un debole per  la donna classica) e un 7 alla parigina Camille Pfister per aver osato con il colore. Dietro le quinte il solito fermento dei preparativi. Trucco, parrucco, abiti ordinatamente suddivisi per modelle su stender nominati, qualche giornalista che comincia a fare le prime interviste e poi ci sono le modelle; c’è chi chiacchera, chi ascolta la musica, una sdraiata per terra sembra dormire, l’altra legge (chissà come farà con tutto quel trambusto!), c’è chi va e chi viene e c’è addirittura chi mangia una galletta di riso (praticamente del polistirolo). Sull’associazione cibo/modelle vorrei soffermarmi un attimo. Non voglio entrare nelle solite polemiche sulla magrezza esagerata di queste poverette, ma è la prima volta che le vedo dal vivo (io ero viva, loro un po’ meno) e così da vicino e posso dire che fanno davvero impressione e a me personalmente, pena. Hanno tutte la stessa faccia smunta e triste, sono bianche cadaveriche, non c’è differenza tra coscia e polpaccio, si vedono le clavicole, le ossa del bacino e si contano perfettamente tutte le vertebre (attenzione: chi vi scrive pesa 42 kg ma si scofana la qualunque; è costituzione!). E poi in passerella le vedi camminare con il bacino sbilanciato verso l’indietro e hai come l’impressione che stiano per cadere da un momento all’altro; per non parlare poi della falcata pesante, senza grazia e lo sguardo perso nel vuoto. Perché far camminare degli spaventapasseri? Dico io, se volevo vedere un abito indosso ad un manichino venivo in negozio. Non è più bello vedere un bell’abito, in un bel corpo? Perché io sfido chiunque a dire che queste ragazze sono belle. Mancano di sapore, mancano di vita, mancano dell’anima giocosa e frivola della moda. Vorrei fare una petizione ‘una brioches per una modella’. Dona 1 euro e contribuisci anche tu a tenere in piedi una modella giusto il tempo della sfilata; regalale una colazione all’italiana e vedrai che non farà la fine di quella poverina che stava per svenire durante la conferenza stampa DHL di questa mattina. E’ sì è successo davvero, una delle tre ragazze ‘DHL style’ si è accasciata sulla sedia ed è stata poi accompagnata fuori. Se solo avesse fatto colazione?

A parte questo piccolo inconveniente e il mio solito resoconto condito con un po’ di sano cinismo; è stata davvero una bella esperienza, da ripetere!

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Resoconto di un colloquio al limite dell’assurdo

Certo che c’è veramente tanta gente strana in questo mondo. Ieri pomeriggio sono andata ad affrontare l’ennesimo colloquio delirante al cospetto di una persona così snob e classista da farmi venire il vomito. Il lavoro così come descritto sembra stimolante (non centra nulla con quello che ho fatto fin’ora, pazienza, ma si avvicina al mio percorso di studi universitario, la gestione delle risorse umane) e anche la prospettiva di un contratto ‘serio’, dopo un periodo di formazione, è allettante. La chiaccherata conoscitiva tra noi sembrava andare bene (mi ha detto subito che a pelle le piacevo, sembravo una ragazza sveglia e preparata),  quando tutto d’un tratto questa gentile signora dall’aria seria e professionale nel suo tailleur blu notte ha cominciato a sparare a zero sull’Università che ho frequentato per ben 5 anni (la Cattolica di Milano) osannando invece un’Università privata (di cui non faccio volontariamente il nome; non vorrei rischiare una citazione per diffamazione), con indirizzo prettamente economico/giuridico, che si trova in un paesino vicino al mio. Pietrificata. Non mi aspettavo certo una così gratuita mancanza di rispetto da una selezionatrice (in prospettiva la mia capa, ho già i brividi!) che lavora per un gruppo assicurativo tra i più importanti in Italia; e invece è accaduto. La gentile signora ha esordito definendo le persone che ha selezionato in questi anni e che provengono dalla Cattolica di Milano, testuali parole: “dei gattini da salotto (una metafora a me sconosciuta) senza carattere, che pensano che l’Università da loro frequentata sia di prestigio”. Un momento, stava dando del gattino da salotto anche a me, indirettamente? Ho cercato di prendere parola ma la signora, posseduta, ha continuato nel suo delirio di onnipotenza come se davanti a lei non ci fosse nessuno dicendo che preferisce assumere ragazzi usciti da questa famosa Università privata per il semplice fatto che, essendo quest’ultima facoltosa e quindi economicamente impegnativa, veniva frequentata principalmente da figli di imprenditori che avevano la mente più aperta e, come spesso si dice in ambito giornalistico, sono ‘sul pezzo’ in merito al lavoro svolto dalla sua realtà, rispetto a figli di operai o impiegati delle poste che sono più (e lì ha fatto solo una smorfia di disprezzo pensando che io capissi), che si possono trovare in Cattolica come in altre Università milanesi. Secondo me lì, in quel preciso momento, quella donna ha toccato il fondo e ai mei occhi è diventata piccola piccola. Signora cara, vorrei ricordarle che lei è solo un’assicuratrice non un neurochirurgo, ridimensioni il suo ego, please! Sono rimasta attonita davanti a quelle parole disgustose che ancora adesso riecheggiano nella mia mente come la peggior discriminazione mai sentita in sede di colloquio. Com’è possibile che nel 2012 ci sia gente che ancora pensa che un figlio di operaio non possa essere capace tanto quanto un figlio di imprenditore? Com’è possibile pensare ad un mondo ancora diviso in caste? Feci appena in tempo a dire che io, figlia di umili operai e primo caso di laurea in tutta la mia famigli mi sono fatta da sola, quando mi tornò alla mente l’estate dei miei 16 anni; quando da sola decisi che il liceo scientifico che frequentavo, invaso da ragazzi disposti a tutto per arrivare ad essere i migliori e da professori ancora più snob e classisti della signora in questione, non faceva per me. Io non ero così. Alla frase “noi siamo liceali non dobbiamo mischiarci con i ragazzi di un istituto professionale” me ne andai, era chiaro che dovevo scappare da quel covo di egocentrici arrivisti prima di essere trasformata in una di loro. Studiai tutta l’estate e passai i test d’ingesso per entrare al mio tanto amato liceo artistico. Non potevo prendere decisione migliore. Lì conobbi dei professori fantastici, compagni altruisti e imparai che rispettare i propri ideali è il gesto più bello che possiamo fare verso noi stessi. Imparai che il prossimo non è un nemico da cui guardarsi ma una fonte inesauribile di insegnamento e ispirazione, che siamo tutti uguali, nel bene e nel male, e che un mondo migliore lo si fa solo se si lavora insieme. Lì finalmente potei essere me stessa.

Non so ancora com’è andato il colloquio. Non so nemmeno se accetterò il posto qual’ora dovessero richiamarmi. Ci sono compromessi a cui non si può scendere.

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Dovevo fare l’estetista

Dopo settimane chiusa in casa, causa avverse condizioni metereologiche e casalinghitudine latente, questa mattina ho fatto una lunga passeggiata e mi sono dedicata del tempo. Mi sono vestita (bene, e non con la solita tuta con cui convivo ormai da 2 mesi), sono uscita e di buon passo ho raggiunto il centro del paese dove mi sono incontrata con un’amica e il suo bimbo di due mesi per un caffè. Poi ho deciso di coccolarmi con una bella manicure (di solito me la faccio da sola e sono anche abbastanza brava, modestamente). Per la prima volta ho provato la ricostruzione delle unghie con il gel. Le due opzioni tra cui scegliere erano: ricostruzione con unghie finte lunghissime al costo di 80 euro, o con il gel sulla mia unghia senza allungamento stratosferico per un effetto più naturale al prezzo di 40 euro. Ovviamente ho scelto la seconda, un po’ per il prezzo (era la prima volta e non sapevo a cosa andavo incontro, se tutta quell’impalcatura avrebbe sopportato lavori domestici e cucina) e un po’ perché il mio compagno non avrebbe apprezzato degli artigli da felino.  Dopo un’ora di tortura (cavolo se bruciava il gel quando faceva presa sull’unghia) sono uscita soddisfatta del lavoro e mentre camminavo per tornare a casa sono giunta alla conclusione che: “dovevo fare l’estetista”; o meglio ancora la parrucchiera (mannaggia a me, avevo già un negozio avviato in famiglia e ho snobbato l’arte dell’acconciatura per dedicarmi all’arte della pittura scegliendo di frequentare un liceo artistico). Questo inquietante pensiero si è rivelato circa a metà strada quando, con la mia situazione da precaria davanti agli occhi, ho fatto quattro conti su quanto potesse guadagnare al giorno un’estetista solo con manicure (semplici o con ricostruzioni varie). Non sono in grado di fare una stima precisa (all’esame di statistica all’università ho preso un misero 18), ma tolte le tasse, i costi di gestione del locale e il materiale, penso abbastanza per sopravvivere dignitosamente. E la cosa che più di tutte mi ha dato da pensare che nella vita ho sbagliato tutto è che alla mia età (28 anni) sarebbero già  stati almeno 7/8 anni di onesto lavoro. Quello che voglio dire è che in tutto quel tempo un impego meglio retribuito e con un contratto migliore di quelli capitati a me fin’ora forse forse ce l’avrei avuto, per non dire un attività tutta mia. Dico io, 40 euro per un ora di lavoro; quando do ripetizioni io ne chiedo al massimo 15. E non voglio sentire ora frasi utopiche del tipo: “nel lungo periodo guadagnerai di più tu” (lungo periodo? Infinito direi), “le tue possibilità di carriera sono maggiori” (probabile  visto che lavoreremo fin che morte non ci separi), “vuoi mettere le tue soddisfazioni personali, un’estetista farà unghie e toglierà peli per tutta la vita” (anche quelle sono soddisfazioni, noi donne ne sappiamo qualcosa!). Scherzi a parte, in certi momenti lo sconforto prede il sopravvento e allora ti chiedi che piega avrebbe preso la tua vita se avessi fatto scelte diverse. Forse non sarei stata la persona che sono, o forse sì; non avrei conosciuto persone straordinarie come i mie professori del liceo e dell’università, non avrei dato ai miei nonni, prima di lasciarmi, la soddisfazione di vedermi laureata ma soprattutto non avrei mai incontrato il mio compagno. In fondo va bene così. Giovedì ho un nuovo colloquio. Non voglio svelare ancora niente ma solo incrociare le dita.

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Social recruiting: siamo davvero sicuri che la rete ci salverà?

E’ passata ormai più di una settimana dalla chiusura dei ‘cancelletti’ del Forum della Comunicazione Digitale 2012 e chi doveva scrivere, nel bene o nel male, lo ha già fatto; io compresa, con il mio pezzo ‘istituzionale’ andato online subito il giorno dopo. Ora però voglio scrivere due righe meno ‘istituzionali’ per andare oltre al dovere di cronaca ed esprimere qualche sincero parere personale. Per chi non fosse del settore il Forum della Comunicazione Digitale è un evento annuale (questa era la terza edizione dal tema l’Italia che innova) dedicato alla comunicazione digitale dove manager, professionisti, innovatori, tecnologi o semplici appassionati si incontrano per fare network, creare opportunità di business, condividere know-how, insomma, per discutere su tutto quel mondo digitale che ci circonda, ci pervade (a volte ci invade) e di cui non riusciamo più a farne a meno. Dei vari workshop che ho seguito uno in particolare ha suscitato in me qualche dubbio: Employer branding e social recruiting. Tralasciando l’employer branding vorrei porre la mia attenzione e la mia critica di oggi su (rullo di tamburi) il social recruitinig e in generale tutta la modalità di ricerca di impiego via internet.

Dalle parole dei manager che sono intervenuti portando come esempio dei loro casi aziendali ho capito che sono 2 le strade da seguire nel ricercare lavoro (noi) e nel reclutare personale (loro): il sito istituzionale con la famosa sezione ‘lavora con noi’ e i vari siti di annunci di lavoro. Bene, peccato che io ‘batto’ queste 2 strade ormai da tempo e di risposta nemmeno l’ombra. Se dai siti delle varie aziende ancora ancora ci si può aspettare una qualche risposta (dico qualche e solo ogni tanto) è invece il deserto dei tartari quandi si parla di siti di annunci di lavoro. E dire che il managing director di uno tra i più famosi portali in Italia ha lodato, durante il suo intervento, a suon di grandi numeri la professionalità e le grandi capacità di recruiting del suo sito. Bene, ora le do io qualche grande numero, 5 anni di ‘candidati ora’ cliccati e 0 risposte ricevute. Qui c’è qualcosa che non va nel sistema lei che dice? Sono io che sbaglio o forse come intermediari tra i candidati e le aziende peccate un po’ di presunzione? Avrei voluto tanto alzare la mia manina e cantargliele a quattrocchi ma non ne ho avuto il coraggio. Forse per vergogna, infondo chi ero io, povera tapina, per lamentarmi delle mie sventure davanti ad una platea di manager compiacenti. Ma qui posso essere me stessa e mi piacerebbe tanto sapere quanti come me non hanno mai ottenuto nulla dalle candidature inviate tramite questi portali (mal comune mezzo gaudio, come si dice, ma almeno mi convinco di non essere io il problema).  Altra storia sono i siti istituzionali e le loro sezioni ‘lavora con noi’ dove qualche possibilità in più di far sentire la tua voce ce l’hai; ma anche qui se non gridi forte (ma davvero forte) non ti sente nessuno. Spesso perché dietro, ovvero alla ricezione dei curricula, ci sono junior non in grado di selezionare tra le mille e mille candidature che arrivano ogni giorno, altre volte il ‘lavora con noi’ è solo modo carino per dire: “manda qui il tuo cv e non mi intasare la posta personale con la tua robaccia”, e da qui poi tutti dritti dritti nel dimenticatoio. Altre volte ti rispondono: “grazie, la terremo presente qualora si aprisse una posizione idonea alla sua figura”. Meno male, qualcuno gentile c’è ancora e allora vai a letto più serena. Ma social recruitinig significa anche Facebook e Linkedin, due strumenti la cui utilità nel reclutare personale è ancora tutta da dimostrare. Vedremo. Io intanto ho un profilo che cerco di tenere il più immacolato possibile e sto a vedere cosa succede (è sì, perché l’altra faccia della medaglia è proprio questa. Da una parte sei facilmente raggiungibile e individuabile da chiunque e quindi anche dai tuoi futuri datori di lavoro, ma dall’altra le pagine personali possono rivelare cose di te che vanno oltre la vita professionale e rovinare tutto agli occhi di quest’ultimi; a mio avviso sta nel buon senso di chi seleziona scindere le due realtà).

Alla fine della giornata torno a casa con un dubbio che ancora mi assale. Siamo davvero sicuri che la rete sta facilitando il nostro (mio) modo di trovare lavoro? La rete ci salverà o rischieremo di rimanerne impigliati e affogare?

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Cronache di una prima puntata di Festival: un diesel a cui dare fiducia

Io e il mio gruppo d’ascolto (il mio fidanzato) abbiamo dato come voto alla prima puntata del 62° Festival della canzone italiana un modesto 6+. Tutto sommato alla sufficienza ci siamo arrivati e il più è di incoraggiamento. Ammetto che come tutte le volte alla prima puntata le canzoni non mi hanno fatto impazzire. Sarà colpa del primo ascolto, alla fine non conoscendole non riesco a seguire bene musica e testo sarà colpa della mia ignoranza in materia, ma con nessuna è scattato il colpo di fulmine come invece è successo per la canzone di Vecchioni l’anno scorso.  La prima parte dello spettacolo con il duo comico Luca e Paolo sulla scia del successo dello scorso anno mi è piaciuto. Da bravi showman hanno saputo divertire senza esagerare troppo giocando sulle sventure dell’Italia pre e post  Berlusconi. Gianni è sempre una conferma. Al Morandi nazionale si perdona tutto; anche il fatto di bere in diretta da una bottiglietta di plastica perché la salivazione zero gli impedisce di parlare; buona la spalla Papaleo (Rocco for president!). Il palco e la scenografia carini, essenziali, l’idea dell’arca della musica non è male. Anche quest’anno però vorrei sapere dove sono finiti i fiori di Sanremo; qualcuno ne ha visto in giro qualcuno? E, burla delle burle, nel 2012, l’era in cui la tecnologia dovrebbe rivoluzionare la vita delle persone (quella di tutti tranne la mia. Come avrete capito dal post di ieri, la mia è sempre più un casino) cosa si va ad inceppare? Il sistema di voto della giuria demoscopica. Ahahahaha! Non ci posso credere tutta serata a votare con i cari e vecchi foglio e matita. Poi arriva lui, il tanto osannato Adriano Celentano che non si sa perché comincia subito una sterile polemica verso i preti e le loro testate giornalistiche. Già il video e tutta la messa in scena di introduzione è stata un’esagerazione, degna di una persona dall’ego smisurato. Si è capito che non mi va molto a genio vero? Poi con sta storia di rock e lento (qualcuno può spiegargli che in Italia i treni sono già lenti, grazie!)… e basta, quanta retorica, quante banalità, quante belle parole vuote, dette da uno come lui poi (parere condiviso da gran parte del mondo dei social network). Nulla in confronto al Benigni dello scorso anno con la sua declamazione dell’Inno di Mameli spiegato con la semplicità di chi conosce davvero e la sregolatezza del genio che crea l’arte. Ad un anno di distanza ricordo ancora quel monologo che mi ha letteralmente ipnotizzato per più di mezzora; è facile fare spettacolo lamentandosi della politica e delle cose che vanno male, intrattieni con la cultura. Meglio invece quando si è messo a cantare. Ivanka, la valletta diciannovenne venuta dal freddo che rimane bloccata (così dicono), non pervenuta. A portare un po’ di estrogeni il ritorno di Belen ed Elisabetta; per il resto una prima puntata declinata al maschile.  Tra coppie improbabili (Bertè-D’Alessio), cariatidi (Finardi) e l’immancabile pischello ‘Amico di Maria’ (Carone),  i veri protagonisti rimangono sempre cantanti e canzoni, io ci credo e voglio dare fiducia anche a questo Festival di Sanremo che, secondo me, ha dato il meglio di sé solo verso la fine. Perché Sanremo è Sanremo!

E stasera si ripete (causa problemi tecnici della giuria) ma la grande attesa è per i giovani reclutati per la prima volta tramite i social network. Vedremo come è andato l’esperimento Sanremo Lab!

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